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La geometria dei momenti vuoti: come orientarsi quando la mappa della propria vita smette di funzionare

Esiste un momento preciso in cui ci rendiamo conto che ciò che ha funzionato fino a ieri non funziona più.

Non si tratta necessariamente di un evento traumatico o di un crollo improvviso. Più spesso si manifesta come un’incrinatura sottile: un’attività lavorativa che perde senso da un giorno all’altro, un sistema di valori che appare d’un tratto artificiale, o quella strana sensazione di muoversi all’interno di un’esistenza che continua a stamparsi bene sulla carta, ma che non restituisce più alcuna risonanza interiore.

La nostra cultura definisce spesso questi momenti “crisi”. Li tratta come anomalie del sistema, guasti da riparare nel minor tempo possibile per riprendere la marcia verso un qualche obiettivo di efficienza o realizzazione.

Eppure, guardandoli dopo, alcuni di questi spazi sembrano meno interruzioni del percorso e più parti del percorso stesso.

L’illusione della traiettoria lineare

Siamo abituati a pensare alla nostra vita in termini di continuità. Immaginiamo l’evoluzione personale come una linea retta o una scalinata orientata verso l’alto: ogni fase dovrebbe integrarsi perfettamente con la successiva, ogni decisione trovare giustificazione in un quadro generale.

Quando questa continuità si spezza — quando ci troviamo in una vera fase di transizione — la prima reazione può essere il disorientamento. Cerchiamo subito di riempire il vuoto. Ci affrettiamo a prendere nuove decisioni, a darci nuovi obiettivi, a trovare nuove etichette con cui definirci, pur di ridurre l’incertezza.

La fretta di uscire dalla transizione può portarci a replicare, sotto altre forme, schemi che non abbiamo ancora compreso.

Per descrivere un passaggio esistenziale può essere utile abbandonare per un momento l’immagine della linea retta e ricorrere a un’altra figura: la muta. Un organismo che cambia involucro attraversa una fase intermedia in cui la struttura precedente non lo protegge più e quella nuova non è ancora completa.

La vulnerabilità di quel passaggio non è necessariamente un errore. Può essere semplicemente la condizione in cui qualcosa si sta riassestando.

Tre illusioni del periodo intermedio

Durante i momenti di sospensione, la mente può cadere in alcuni inganni ricorrenti che rendono il passaggio ancora più difficile.

  1. L’illusione del tempo perduto. Considerare il tempo della riflessione come tempo sottratto all’azione. Misuriamo il valore dei giorni in base a ciò che produciamo o decidiamo, mentre alcuni processi di assestamento richiedono più tempo di quanto vorremmo concedere loro.
  2. L’illusione della chiarezza immediata. Pretendere di conoscere la destinazione prima ancora di aver mosso i primi passi fuori dal vecchio perimetro. A volte la chiarezza arriva soltanto dopo aver attraversato una parte del percorso.
  3. L’isolamento della traiettoria. Pensare che il proprio disorientamento sia un fallimento individuale in un mondo di persone che sembrano procedere con incrollabile fermezza.

Mentre l’esterno ci chiede continuamente di definire chi siamo e dove stiamo andando, alcune fasi della vita richiedono l’attitudine opposta: la capacità di rimanere per un po’ senza risposte preconfezionate.

Riconoscere la trama sottile

Se smettiamo di considerare lo stallo soltanto come un vuoto da riempire e cominciamo a osservarlo come uno spazio di decantazione, la prospettiva può cambiare.

La ricerca di senso può diventare un lavoro di archeologia personale: ripercorrere le tappe che ci hanno portato fino al punto presente per individuare temi, inclinazioni e domande ricorrenti che avevamo lasciato sullo sfondo.

Rileggendo il passato, a volte riconosciamo legami che mentre vivevamo gli eventi non riuscivamo a vedere. Alcuni possono essere costruiti dalla nostra memoria e dal significato che attribuiamo alle esperienze; altri restano semplicemente domande.

Non serve trasformare ogni coincidenza in un segno né ogni dolore in un messaggio. Può bastare osservare ciò che ritorna, senza costringerlo a dire più di quanto sappiamo.

Tre pratiche di sottrazione per orientarsi nel vuoto

  • Sospendere il giudizio sulla fase presente. Smettere, per quanto possibile, di classificare immediatamente questo momento come “buono” o “cattivo”, “produttivo” o “inutile”. È la fase in cui ci troviamo; giudicarla troppo presto può impedirci di comprenderla.
  • Ridurre il raggio d’azione. Quando il futuro a lungo termine appare confuso, può essere più utile concentrarsi sul passo immediatamente successivo: una singola azione che oggi appare sensata e coerente.
  • Tracciare i segnali minimi. Annotare ciò che nel corso della giornata genera interesse reale, presenza o, al contrario, estraneità. Nel tempo, questi elementi possono aiutare a riconoscere una direzione.

Le fasi di transizione non hanno tutte la stessa durata e non producono necessariamente una risposta definitiva. Ma il modo in cui le attraversiamo può modificare il modo in cui leggiamo ciò che viene dopo.

Non c’è alcuna fretta di trovare tutte le risposte oggi.

A volte, la decisione più rigorosa ed efficace che si possa prendere è semplicemente imparare ad abitare la domanda.


Gianluca Farina è autore del memoir Il Filo Invisibile, nato da una ricerca personale sul significato che attribuiamo agli eventi della nostra vita. Nel libro attraversa memoria, coincidenze, spiritualità, dubbio e fede senza trasformare l’esperienza personale in una prova.

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