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E se il passato che ricordi dipendesse da chi sei oggi?

I ricordi contribuiscono a costruire la nostra identità. Ma l’immagine che abbiamo di noi, nel presente, può influenzare il modo in cui ricostruiamo il passato. Che cosa significa, allora, dire: «Io me lo ricordo bene»?

Immaginiamo due fratelli seduti allo stesso tavolo. Parlano di una vacanza dell’infanzia.

«Eri sempre felice», dice il primo.

«Io mi sentivo solo», risponde l’altro.

Ricordano la stessa casa, lo stesso mare, le stesse persone. Eppure, quando provano a raccontare quell’estate, sembrano descrivere due luoghi diversi.

È una scena inventata, ma introduce una domanda concreta: una differenza nei ricordi implica necessariamente che qualcuno stia mentendo?

Prima ancora di cercare chi abbia ragione, occorre distinguere ciò che è accaduto, ciò che ciascuno ha vissuto e il significato che oggi attribuisce a quell’esperienza.

Ricordare è un’attività del presente

Nel modello proposto da Martin Conway e Christopher Pleydell-Pearce, i ricordi autobiografici prendono forma attraverso l’interazione fra le conoscenze della propria vita e gli obiettivi del sé nel presente. Il recupero di un episodio, quindi, non corrisponde semplicemente all’apertura di un file rimasto intatto. [1]

Questo non significa che il passato venga inventato a piacimento. Significa che il modo in cui vi accediamo è legato anche alla persona che siamo quando ricordiamo.

Una domanda può orientarci verso alcuni dettagli. Una preoccupazione può rendere un episodio particolarmente rilevante. Un obiettivo attuale può portarci a cercare, nella nostra storia, esperienze che gli diano un senso.

L’evento appartiene al passato. L’atto di ricordarlo avviene adesso.

La persona che sei influenza la persona che ricordi di essere

La relazione tra memoria e identità procede in entrambe le direzioni.

Anne Wilson e Michael Ross hanno esaminato come i ricordi contribuiscano all’immagine che abbiamo di noi stessi e come, a loro volta, convinzioni e obiettivi attuali influenzino il modo in cui valutiamo il nostro passato. [2]

Pensiamo, come esempio, a una scelta professionale difficile. A distanza di anni potremmo raccontarla come una prova di coraggio oppure come un errore. La scelta compiuta rimane la stessa; il suo posto nella nostra storia può cambiare.

Qui occorre separare due domande:

Che cosa feci?

Che significato attribuisco oggi a ciò che feci?

La seconda risposta può trasformarsi senza che ogni dettaglio della prima diventi falso.

Per CERNAMVS, è proprio questa distinzione ad aprire uno spazio di indagine: quando raccontiamo chi eravamo, quanto stiamo descrivendo un’esperienza e quanto la stiamo interpretando alla luce di ciò che è venuto dopo?

Il filo che collega le nostre diverse età

Come facciamo a sentirci ancora la stessa persona, pur riconoscendo di essere cambiati?

Una ricerca di Tonglin Jiang, Zhan-Sheng Chen e Constantine Sedikides ha affrontato il rapporto tra chiarezza del concetto di sé, memoria autobiografica e continuità personale. In sette studi, gli autori hanno trovato risultati compatibili con l’idea che richiamare ricordi autobiografici possa contribuire a ristabilire il senso di continuità quando la chiarezza dell’immagine di sé viene minacciata. [3]

Il risultato riguarda le condizioni studiate. Non dimostra che ricordare sia sempre benefico o che costituisca, da solo, una terapia.

Offre però uno spunto: il passato può aiutarci a riconoscere un legame fra le persone che siamo state.

Questa è una possibile lettura editoriale del dato: a volte torniamo a un episodio per ritrovare un’appartenenza, una direzione, una parte di noi che oggi fatichiamo a riconoscere.

Ricostruire non significa falsificare tutto

Robyn Fivush e Azriel Grysman descrivono la memoria autobiografica come un processo che intreccia tracce accurate, schemi interpretativi, inferenze e informazioni successive. Anche le conversazioni e il contesto culturale partecipano al modo in cui i ricordi vengono elaborati. [4]

Da questo non segue che ogni ricordo sia inattendibile.

Segue, piuttosto, che un ricordo non dovrebbe essere trattato come una prova completa solo perché appare vivido o si inserisce bene nella nostra storia.

Quando cerchiamo di ricostruire un episodio, possiamo distinguere:

  • ciò che ricordiamo direttamente;
  • ciò che abbiamo appreso dai racconti altrui;
  • ciò che risulta da documenti;
  • ciò che stiamo deducendo oggi.

È un criterio di lavoro utile anche per raccontare vite del passato: mantenere visibile la distanza fra testimonianza, documento e interpretazione.

Siamo soltanto ciò che ricordiamo?

La domanda è affascinante, ma rischia di comprimere l’identità in una formula troppo semplice.

La rassegna di Sally Prebble, Donna Addis e Lynette Tippett distingue diverse componenti del senso di sé e mostra che il loro rapporto con la memoria non è uniforme. Sentirsi un soggetto nel presente, conoscere caratteristiche della propria persona e percepire una continuità nel tempo sono aspetti collegati, ma distinti. [5]

Per questo non possiamo concludere che perdere alcuni ricordi equivalga a perdere ogni forma di identità.

Possiamo invece chiederci quanto il racconto della nostra vita contribuisca a tenere insieme queste dimensioni. E quanto quel racconto rimanga aperto a nuove interpretazioni.

Tornando ai due fratelli, potrebbero ricordare aspetti diversi della stessa estate. Potrebbero anche sbagliare alcuni dettagli. Per stabilirlo servirebbero riscontri: il solo disaccordo non basta.

La domanda finale, allora, rimane aperta:

E se conoscere meglio noi stessi significasse anche imparare a distinguere ciò che ricordiamo da ciò che oggi pensiamo di quel ricordo?

Fonti e nota di metodo

Articolo basato sulle schede bibliografiche e sugli abstract consultati tramite Consensus nel piano gratuito. Non è una revisione sistematica; i testi integrali non sono stati esaminati. Gli esempi narrativi sono inventati e non rappresentano casi studiati.

[1] Conway, M. A.; Pleydell-Pearce, C. W. (2000). The construction of autobiographical memories in the self-memory system. Psychological Review, 107(2), 261–288.

[2] Wilson, A. E.; Ross, M. (2003). The identity function of autobiographical memory: Time is on our side. Memory, 11, 137–149.

[3] Jiang, T.; Chen, Z.; Sedikides, C. (2020). Self-concept clarity lays the foundation for self-continuity: The restorative function of autobiographical memory. Journal of Personality and Social Psychology. La scheda segnala un erratum e versioni corrette.

[4] Fivush, R.; Grysman, A. (2022). Accuracy and reconstruction in autobiographical memory: (Re)consolidating neuroscience and sociocultural developmental approaches. Wiley Interdisciplinary Reviews: Cognitive Science, e1620.

[5] Prebble, S. C.; Addis, D. R.; Tippett, L. J. (2013). Autobiographical memory and sense of self. Psychological Bulletin, 139(4), 815–840.

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